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Rolando
Rivi nacque il 7 gennaio 1931 nella casa detta del Poggiolo
a San Valentino, un piccolo borgo vicino a Castellarano in
provincia di Reggio Emilia, da Roberto e Albertina Canovi.
Quel giorno era a Reggio Emilia - e lo è oggi in tutta
Italia - la festa del tricolore, vessillo che venne adottato
per la prima volta nel 1797 proprio nel capoluogo emiliano
quale stendardo della Repubblica Cispadana.
Quel bambino avrebbe onorato la sua terra e la patria che adottò quella
bandiera, ma il vessillo sotto il quale avrebbe militato non
sarebbe stato il massonico tricolore, ma quello di Cristo,
Re e Sacerdote.
Il giorno dopo la nascita i genitori lo battezzarono con il nome di
Rolando.
Prima di uscire dalla chiesa, lo portarono all’altare della Madonna e gli
diedero anche il nome di Lei, sicchè il piccolo si chiamò
Rolando Maria Rivi.
Il padre e la madre erano
originari di Levizzano, località del comune di Baiso e si
erano trasferiti all’inizio del ‘900 a San Valentino.
La famiglia del ramo materno era nota nella zona per l’onestà, la
laboriosità e soprattutto per la forte fede cattolica ed era
soprannominata «i Pater», in riferimento al «Pater noster»,
che essi recitavano spesso con la corona del rosario tra le
mani.
Il padre di Rolando, Roberto, militante dell’allora gloriosa Azione
Cattolica, era anch’egli molto religioso, assiduo alla santa
Messa, che frequentava con devozione particolare secondo
l’invito del santo Pontefice Pio X.
Rolando era un bambino sano ed esuberante.
Proprio questa sua vivacità metteva talvolta in ansia i genitori e la
nonna, che meglio di altri ne aveva intuito il temperamento,
ed era solita dire: «Rolando, o diventerà un mascalzone o un
santo! Non può percorrere una via di mezzo...».
Nel gennaio 1934 morì il parroco di san Valentino don Iemmi e nel maggio
dello stesso anno giunse come nuovo parroco, don Olinto
Marzocchini, che aveva allora 46 anni.
Sacerdote zelante nel suo ministero, divenne per il piccolo Rolando un
fondamentale punto di riferimento.
Quando assisteva alla Messa, il piccolo non perdeva un gesto del
sacerdote e seppure molto piccolo cominciò a fare il
chierichetto.
Don Olinto era un prete vero: passava lunghe ore in preghiera davanti al
Santissimo, curava meticolosamente il catechismo dei
fanciulli, istruiva i chierichetti per il servizio
all’altare e aveva messo su un coro per dare solennità alla
liturgia.
Fu anche attraverso di lui che Rolando imparò ad amare Gesù e a scoprire
che abitava, vivo, nel tabernacolo.
Nell'ottobre 1937 Rolando iniziò le scuole elementari.
La sua maestra, Clotilde Selmi, donna molto devota
anch’essa, parlava spesso di Gesù ai bambini e sempre li
invitava all’adorazione eucaristica.
In parrocchia la catechista di Rolando era Antonietta Maffei, delegata
dei fanciulli di Azione Cattolica che preparava con scrupolo
le «adunanze settimanali» (come si chiamavano allora).
Anche grazie a loro Rolando fu ammesso a ricevere l’Eucaristia subito, a
giugno, perché era tra i fanciulli che si erano preparati
meglio e più in fretta.
Ne provò una grande gioia e il 16 giugno 1938, festa del Corpus Domini,
ricevette per la prima volta Gesù.
Le testimonianze concordano sul fatto che dopo la prima Comunione Rolando
era cambiato.
Pur rimanendo un ragazzo vivace, i familiari notarono in lui una
maturazione profonda, che si accentuò dopo aver ricevuto la
Cresima, il 24 giugno 1940.
Era solito accostarsi tutte le settimane alla Confessione e alzarsi
prestissimo la mattina per servire la Messa e ricevere la
Comunione, invitando anche i compagni a fare altrettanto:
«vieni - diceva loro - Gesù ci aspetta. Gesù lo vuole!».
Riferiva che il sacerdote sull’altare, quando consacrava il pane e il
vino, gli appariva grande da toccare il cielo.
Fu così che la chiamata al sacerdozio si fece via via più intensa,
accompagnandolo per tutto il ciclo delle scuole elementari,
fino a quando a 11 anni lo disse in casa: «Voglio farmi
prete, per salvare tante persone. Poi partirò missionario
per far conoscere Gesù lontano, lontano».
Entrò nel Seminario di Marola nell'autunno del 1942 e come si usava a
quei tempi vestì subito l’abito talare.
Ne era fiero e fu anche questo amore per l’abito talare a
segnare la sua fine...
Nel periodo trascorso in seminario il ragazzo si distinse per diligenza,
mantenendo sempre ferma la decisione di diventare sacerdote.
Quando tornava a casa, aiutava i genitori nei lavori in campagna e in
chiesa suonava l’armonium, accompagnando il coro
parrocchiale nel quale cantava anche suo padre.
Intanto la guerra si faceva via via più aspra, anche perché proprio in
quelle zone massiccia era la presenza di formazioni
partigiane, formatesi dopo la caduta del fascismo e la
tragica esperienza dell’8 settembre del 1943, che aveva
portato all’occupazione da parte tedesca della penisola.
A parte gruppi minoritari di cattolici democratici, le fila partigiane
erano composte da comunisti, socialisti, azionisti, tutti
accomunati da una forte ideologia anticattolica.
La frangia più estrema, quella comunista, non si limitava a combattere i
tedeschi.
Vedeva nel clero un pericoloso argine al proprio progetto rivoluzionario.
L’anticlericalismo diventò violento e si fece via via più minaccioso.
Quando nel 1944 i tedeschi occupano il seminario di Marola, tutti i
ragazzi dovettero rientrare alle loro case, portando con sé
i libri per poter continuare a studiare.
Rolando continuò a sentirsi seminarista: oltre a studiare, frequentava
quotidianamente la Messa e la Comunione, recitava il
rosario, pregava, faceva visita al Santissimo Sacramento.
Nonostante fosse stato consigliato diversamente, non smise mai di portare
il suo abito religioso: i genitori, infatti, gli dicevano:
«Togliti la veste nera. Non portarla per ora ...».
Ma Rolando rispondeva: «Ma perché? Che male faccio a portarla? Non ho
motivo di togliermela». Gli fecero notare che forse era
conveniente farlo in quei momenti, così insicuri.
Replicò Rolando:
«Io studio da prete e la veste
è il segno che io sono di Gesù».
Un atto d’amore che pagherà con la vita.
A San Valentino dapprima fu preso di mira il parroco don Marzocchini.
Una mattina si venne a sapere che durante la notte
precedente, alcuni partigiani l’avevano aggredito e
umiliato.
Poiché già altri sacerdoti (don Luigi Donadelli, don Luigi Ilariucci, don
Aldemiro Corsi e don Luigi Manfredi) erano stati uccisi dai
partigiani comunisti, don Marzocchini fu spostato in un
luogo più sicuro e venne sostituito in parrocchia da un
giovane prete, don Alberto Camellini.
Il 1 aprile, tuttavia, don Marzocchini volle ritornare in parrocchia a
San Valentino, ma al suo fianco rimase il giovane curato don
Camellini, verso il quale Rolando aveva dimostrato subito
grande simpatia.
Il 10 aprile, martedì dopo la
domenica in Albis,
al mattino presto, il ragazzo era già in chiesa: si
celebrava la Messa cantata in onore di san Vincenzo Ferreri
e Rolando vi partecipò, suonando l’organo.
Terminato il rito, prima di uscire, prese accordi con i cantori, per
«cantare Messa» anche il giorno seguente.
Uscito di chiesa, mentre i suoi genitori si recarono a lavorare nei
campi, Rolando, con i libri sottobraccio, si diresse come al
solito a studiare nel boschetto a pochi passi da casa.
Indossava, come sempre, la sua talare nera.
A mezzogiorno i suoi genitori l’attesero invano per pranzo.
Preoccupati l’andarono a cercare.
Tra i libri sull’erba trovarono un biglietto:
«Non cercatelo. Viene un
momento con noi. I partigiani».
Il papà e il curato don
Camellini, in forte ansia, cominciarono allora a girare nei
dintorni alla ricerca del ragazzo.
Frattanto Rolando, trascinato via dai partigiani in un loro covo nella
boscaglia, iniziava la sua «via crucis».
Venne spogliato della veste talare che li irritava, insultato, percosso
con la cinghia sulle gambe e schiaffeggiato.
Rimase per tre giorni nelle mani dei suoi aguzzini, ascoltando bestemmie
contro Cristo, insulti contro la Chiesa e contro il
sacerdozio.
Secondo alcuni testimoni sarebbe stato frustato e avrebbe
subito altre indicibili violenze.
Tra i rapitori pare che qualcuno si commosse, proponendo di lasciarlo
andare.
Ma altri si rifiutarono, minacciando di morte chi aveva fatto la proposta
del rilascio.
Prevalse l’odio per la Chiesa, per il sacerdote, per l’abito che lo
rappresenta e che quel ragazzino non si era mai voluto
togliere.
Decisero di ammazzarlo: «Avremo domani un prete in meno».
Lo portarono, sanguinante, in un bosco presso Piane di Monchio (in
provincia di Modena), dove c’era una fossa già scavata.
Rolando capì che stava per morire, pianse, chiedendo di essere
risparmiato.
Con un calcio lo scaraventarono a terra.
Allora chiese di pregare un’ultima volta.
Si inginocchiò, poi due scariche di rivoltella lo fecero rotolare nella
buca.
Venne coperto con poche palate di terra e di foglie secche.
La veste del «pretino» divenne un pallone da calciare; poi sarà appesa,
come trofeo di guerra, sotto il porticato di una casa
vicina.
Era
venerdì 13 aprile 1945,
ricorrenza del martirio del giovane sant’Ermenegildo (585
dopo Cristo).
Rolando aveva quattordici anni
e tre mesi.
Per tre giorni i genitori e don Camellini lo cercarono lungo tutto quel
tratto del crinale appenninico, finché alcuni partigiani li
indirizzarono a Piane di Monchio.
Qui incontrarono
un capo partigiano comunista,
cui chiesero: «Dov’è il seminarista Rivi?»
Quello rispose:
«È stato ucciso qui, l’ho
ucciso io, ma sono perfettamente tranquillo».
E indicò il luogo dove il giovanetto era stato sepolto il giorno prima.
Don Camellini domandò ancora al partigiano: «Ha sofferto molto?».
Quello, mostrandogli la sua rivoltella, replicò beffardo: «Con questa non
si soffre molto. Non si sbaglia».
Era la sera di
sabato 14 aprile 1945.
Raggiunto il posto dell’omicidio, il sacerdote non fece fatica a
recuperare il cadavere del ragazzo, con indosso solo una
maglietta e un paio di calzoni sdruciti, legati al
ginocchio.
Aveva due ferite: una alla tempia sinistra e l’altra sulla spalla in
corrispondenza del cuore.
Il volto, sporco di terra, era coperto di lividi; il suo corpo
martoriato.
Il padre si inginocchiò vicino al suo bambino e lo strinse, piangendo a
dirotto, tra le braccia.
Due contadini del posto fabbricarono alla bell’e meglio una cassa di
legno.
Don Camellini lavò il volto di Rolando, lo asciugò con il suo fazzoletto
e lo compose nella povera bara.
Era notte ormai, sicché solo la mattina dopo, seconda domenica dopo
Pasqua, «Domenica del Buon Pastore», il corpo di Rolando fu
portato in chiesa a Monchio, dove don Camellini celebrò la
Messa per l’anima di Rolando.
Alla presenza del padre Roberto e di don Camellini, il parroco di Monchio
scrisse in latino sul registro parrocchiale l’atto di morte
e di sepoltura di Rolando.
«15 aprile 1945. Rivi Rolando, figlio di Roberto e di Canovi
Albertina, celibe, di San Valentino (Reggio Emilia), qui,
per mano di uomini iniqui, a 14 anni di età, alle ore 19, in
comunione con santa madre Chiesa, rese la sua anima a Dio.
Il suo cadavere, oggi, fatte le sacre esequie e celebrata la Messa, è
stato sepolto nel cimitero parrocchiale». (1)
Il padre di Rolando e il curato di San Valentino tornarono mestamente al
paese, a recare la notizia terribile alla madre che lì aveva
aspettato invano.
La terribile notizia si diffuse rapidamente in paese, lasciando la gente
sgomenta di fronte a quella barbarie.
A guerra terminata, una grande folla di parrocchiani martedì
29 maggio 1945,
attese a San Valentino l’arrivo della salma, traslata in
località Montadella.
La chiesa accolse in silenzio e commozione il piccolo martire.
Ucciso in odio alla fede, la
sua causa di canonizzazione ha dovuto attendere 60 anni,
fino al 7 gennaio 2006.
Quando il 25 maggio del 1945 il suo corpo era stato tumulato nel cimitero
di San Valentino, le parole del suo parroco, don Olinto
Marzocchini, erano state brevi ed intense:
«Non bastano le nostre lacrime
a piangere Rolando… Ma guardate a Cristo che è la
resurrezione e la vita. Lui asciughi le lacrime dai nostri
occhi».
Questa la fede semplice
di chi per essa era disposto a dare la vita, di chi in
Cristo ci credeva davvero.
«Era stato lui - è scritto in un libro distribuito in fondo alla
chiesa dal "Comitato amici di Rolando Rivi" - a preparare
quel trionfo al figlio prediletto, a quel ragazzo aspirante
al sacerdozio, caduto innocente sotto il piombo di uomini
empi, come i ragazzi e i giovani cattolici martiri in
Russia, in Messico e in Spagna, nelle recenti persecuzioni
sotto l’odio massonico e comunista». (2)
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Note:
(1)
«Die decima quinta mensis aprilis 1945. Rivi
Rolandus, filius Ruperti et Canovi Albertinae, statu celebs,
e S. Valentino (Regii Lepidi) hic, aetate annorum 14, die 13
aprilis currentis, hora 19, per manus hominum iniquorum, in
Comunione Sanctae Matris Ecclesiae, animam Deo reddidit.
Cadaver autem eius, hodie, sacris persolutis exequiis, ac
Missa celebrata, in coemeterio parochiali, sepultum est».
(2) Paolo Risso, «Rolando Rivi, un ragazzo
per Gesù», Edizioni Del Noce, 2004.
di Domenico Savino
Tratto da: Effedieffe |