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SACERDOTI E RELIGIOSI VITTIME DELL'ODIO ANTICRISTIANO
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Volantini di questo tenore, ispirati ad un
violento anticlericalismo, vennero messi in
circolazione nei primi mesi della guerra civile
da gruppi dissidenti dalla linea ufficiale del
partito. Il PCI, infatti, che intendeva
mascherare il più possibile i suoi autentici
obiettivi, e manifestava pertanto un profondo
quanto ipocrita sentimento di deferenza nei
confronti del clero, cercò sempre di
differenziare
il suo atteggiamento dai gruppi anticlericali.
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Nello stato di latente guerra civile in cui
si ritrovò il nostro paese fra il 1945 e il 1947, le brigate
partigiane rosse che avevano solo formalmente abbandonato le
armi, ma continuavano ad usarle contro chiunque si opponesse
al sorgere del "sole dell’avvenire" sulla penisola, si
accanirono contro tutti coloro che erano stati anche solo
sfiorati dal fascismo.
Nel loro zelo fecero confusione fra le
camicie nere e le tonache dei preti ai quali riservarono
spesso lo stesso destino.
Centinaia di cattolici, sacerdoti e laici,
furono uccisi dai partigiani comunisti nell’immediato
dopoguerra in odio alla fede e alla Chiesa.
In questo periodo in Emilia nel cosiddetto
“triangolo della morte” si calcola in 12-15.000 il numero
dei "giustiziati" dai partigiani.
Fra questi alcuni erano sicuramente fascisti,
ma la maggior parte non avevano nulla a che fare con la
politica, il loro crimine agli occhi dei partigiani era di
incarnare l’ideale cattolico che si opponeva alla
realizzazione del loro sogno socialista.
Per anni si è evitato di narrare episodi come
quello dei sette fratelli Govoni, uno solo dei quali era
qualificabile come fascista, e di cui l’ultima sorella, lda,
ventenne, era madre di una bimba di pochi mesi. Essi furono
trucidati ad Argelato l’11 maggio 1945, i corpi verranno
trovati solo nel ’51.
Solo in Emilia Romagna sono 93 i sacerdoti e
i seminaristi caduti per mano dei partigiani, fra loro
Alfonso Reggiani, ucciso ad Amola il 5 dicembre 1945, don
Enrico Donati, di Lorenzatico, ucciso il 13 dicembre, e
forse il più famoso di tutti, don Umberto Pessina, trucidato
a San Martino di Correggio il 18 giugno 1946, ben dopo il 25
aprile.
Questo fu
un delitto che invano i comunisti hanno cercato di far
passare per un incidente, ma che portò in carcere per dieci
anni l’allora sindaco di Correggio Germano Nicolini.
Non furono solo i sacerdoti a pagare un
tributo di sangue ma anche seminaristi e laici, come il
quattordicenne Rolando Rivi al quale è dedicato questo sito,
ucciso in provincia di Reggio Emilia il 13 aprile 1945, in
quanto futuro sacerdote.
Vi era anche il famoso Giuseppe Fanin,
apostolo dell’idea cristiana fra i braccianti e i contadini,
ucciso a ventiquattro anni il 4 novembre 1948 vicino a
Bologna, perché dava fastidio il suo impegno per tradurre in
pratica la dottrina sociale della Chiesa.
Nel dopoguerra
qualcuno ha cercato di raccontare il loro sacrificio, anche
se a rischio di gravi ritorsioni. Il giornalista Luciano
Bergonzoni, scomparso pochi anni fa, con Cleto Patelli fu il
primo a denunciare l'eccidio dei sacerdoti emiliani in
"Preti nella tormenta" (Abes 1946).
Nel 1949 toccò a don Wilson
Pignagnoli, "l'uomo più querelato di Reggio Emilia" per i
suoi articoli sul settimanale cattolico "La libertà" a
firmare “Ho ucciso don Pessina” (Sas).
Lo storico don Lorenzo
Bedeschi stampò poco dopo “L'Emilia ammazza i preti” (Abes
1951).
Nel 1963 l'Azione Cattolica
raccolse il "Martirologio del Clero italiano 1940-1946".
Quasi tutti questi testi
potrete trovarli online e leggerne l’edizione integrale su "Il
Mascellaro". |