◦ UN GIOVANE SEMINARISTA UCCISO DAI PARTIGIANI IN ODIO ALLA FEDE ◦

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Alla ricerca del corpo

Notte a Monchio
Papà Roberto e il giovane curato di San Valentino, don Alberto Camellini, erano partiti in bicicletta per ritrovare Rolando. Lo cercarono quasi per tre giorni senza risultato. Dopo aver indagato a Farneta e a Gusciola, da alcuni partigiani furono mandati a Piane di Monchio. Qui incontrarono un capo partigiano comunista. Gli domandarono: "Dov'è il seminarista Rivi?". Quello rispose: "È stato ucciso qui, l'ho ucciso io, ma sono perfettamente tranquillo". E indicò il luogo dove il giovanetto era stato sepolto il giorno prima.

Don Camellini domandò ancora al partigiano: "Ha sofferto molto?". Quello, mostrandogli la sua rivoltella, replicò beffardo: "Con questa non si soffre molto. Non si sbaglia! ".
Era la sera di sabato 14 aprile 1945.
Il sacerdote tolse la poca terra e alcune manciate di foglie secche che ricoprivano il corpicino: Rolando era lì, nel bosco di Piane di Monchio, sepolto nel suo sangue. Indossava solo una maglietta e un paio di calzoni sdruciti, legati al ginocchio. Aveva due ferite: una alla tempia sinistra e l'altra dalla parte del cuore. Il volto, sporco di terra, era coperto di lividi. Il suo corpo: martoriato.
Il papa si inginocchiò vicino al suo bambino e lo strinse tra le braccia scoppiando in pianto dirotto, parlandogli a lungo, guardandolo in silenzio senza fine.

II curato, sorreggendo il papa straziato dal dolore, benedisse il corpo del ragazzo, che avrebbe dovuto diventare suo futuro confratello. Poi pregarono insieme per il riposo eterno della sua anima e per i vivi rimasti a soffrire l'indicibile.
Due contadini del posto, con umana solidarietà, prepararono una rudimentale cassa di legno. Don Camellini con un po' d'acqua lavò il volto di Rolando, lo asciugò con il suo fazzoletto (non c'era altro...) e lo compose nella povera bara.

Era notte ormai, e bisognava attendere il mattino per mettersi in viaggio. Sfiniti e senza cibo dal giorno prima, il papa e il sacerdote trovarono rifugio nella canonica di Monchio, ancora devastata dalla barbarie dei tedeschi.
Ai primi albori del 15 aprile, seconda domenica dopo Pasqua, "domenica del Buon Pastore", il corpo martoriato di Rolando fu portato in chiesa a Monchio. Erano presenti poche donne, velate a lutto, il cuore colmo di angoscia. Don Camellini, vestiti i paramenti bianchi del tempo pasquale, iniziò la santa Messa per l'anima di Rolando.
Non c'erano canti né suoni in quella chiesa. Nel silenzio risuonarono però le invocazioni della liturgia traboccanti di alleluia, come se gli angeli del ciclo scendessero con i loro canti ad accogliere nelle loro schiere il giovane Rolando e a portarlo tra le braccia di Dio.

Il celebrante lesse, quella domenica, nel messale: "Cristo ha sofferto per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme. Egli non commise peccato e non si trovò inganno nella sua bocca: oltraggiato, non rispondeva con oltraggi, e soffrendo non minacciava vendette, ma rimetteva la sua causa a Colui che giudica con giustizia" (1 Pt. 2, 21-25). E ancora: "Io sono il buon pastore... Il buon pastore da la vita per le sue pecore" (Gv, 10, 11).

Non si poteva, quella mattina, fare l'elogio funebre, ma la Parola di Dio sembrava delineare da sola il ritratto di Rolando, piccolo martire, configurato a Cristo.
Fatte le esequie, Rolando fu tumulato provvisoriamente nel cimitero di Monchio.
Alla presenza di papà Roberto e di don Camellini, il Parroco di Monchio, don Luigi Braglia, scrisse sul registro parrocchiale l'atto di morte e di sepoltura di Rolando, in latino, come inciso sul bronzo, con estrema lucidità e coraggio:

"Die decima quinta mensis aprilis 1945.
Rivi Rolandus, filius Ruperti et Canovi Albertinae,
statu celebs,
e S. Valentino (Regii Lepidi)
hic, aetate annorum 14, die 13 aprilis currentis,
hora 19, per manus hominum iniquorum,
in Comunione Sanctae Matris Ecclesiae, animam Deo
reddidit.

Cadaver autem eius, hodie, sacris persolutis exequiis,
ac Missa celebrata,
in coemeterio parochiali, sepultum est"

(15 aprile 1945. Rivi Rolando, figlio di Roberto e di Canovi Albertina, celibe, di S. Valentino (Reggio Emilia), qui, per mano di uomini iniqui, a 14 anni di età, alle ore 19, in Comunione con santa Madre Chiesa, rese la sua anima a Dio.
    Il suo cadavere, oggi, fatte le sacre esequie e celebrata la Messa, è stato sepolto nel cimitero parrocchiale).

Questo atto conferma il martirio di Rolando. Il Parroco don Braglia non si è limitato a scrivere "decessit" (morì), ma ha precisato "per manus hominum iniquorum... animam Deo reddidit" (per mano di uomini iniqui...rese l'anima a Dio), avendo ben presente chi erano quegli uomini "iniqui", senza fine iniqui, perché "senza-Dio" e animati dall'odio contro i suoi ministri.
Papà Roberto e il curato tornarono mesti e sconsolati a San Valentino. Sulla porta di casa, al "Poggiolo", con i familiari con il cuore in tumulto e tra oscuri presagi, mamma Albertina attendeva il momento di poter finalmente riabbracciare il figlio sano e salvo. Ma Rolando non c'era con suo papà. Era rimasto laggiù... Una spada trafisse l'animo della mamma, sconvolta dal dolore: per tutta la vita porterà con sé il peso indicibile di quella tragedia.
La terribile notizia si diffuse rapidamente in paese. La gente rimase sgomenta, incapace di spiegarsi il perché di quella barbarie. Don Olinto era senza parole, impietrito dal dolore.

In quei giorni insanguinati di aprile don Camellini si recò a Reggio, dal Vescovo diocesano Mons. Eduardo Brettoni, a fargli relazione dell'assassinio di Rolando. Il Vescovo era malato, a letto, affranto dall'età e dal dolore per l'uccisione di una decina dei suoi preti. Il 19 aprile era stato ucciso don Giuseppe Jemmi, viceparroco a Felina. Mons. Brettoni ascoltò; poi scoppiò in un pianto inconsolabile ed esclamò tra i singhiozzi: "Adesso mi ammazzano anche i seminaristi".

Cippo funerario posto sul luogo
dell'uccisione di Rolando

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