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La fede di quei tempi

Anni '30 del secolo scorso. La gente viveva di lavoro e di fatica, sperimentava la gioia delle nozze e delle nascite, l'amarezza delle malattie e della morte, mai nella solitudine e nella disperazione, sempre nella compagnia vivificante del Signore.

Era il frutto più bello della pieve e nessuna istituzione era in grado di dare frutti così. La fede radicata nei cuori si traduceva in opere buone per il prossimo. I momenti di preghiera, dalla Messa domenicale alle feste dei santi con le novene, le processioni, illuminavano la vita con la luce del Vangelo.

Erano stati i laicisti - i massoni - dell'Ottocento a tentare di spezzare questa unità di vita del nostro popolo in Cristo nella sua Chiesa. Ma su queste colline, su questi monti dell'Appennino, la maggior parte della gente rimase fedele al Papa, ancor più quando era perseguitato come Pio IX, al suo Vescovo, al parroco interprete di Dio e della Chiesa.

I parroci tenevano allora la gente attenta alla vita della Chiesa, alle direttive del Papa, all'impegno sociale cristiano. Al seguito del magistero di Pio IX, Leone XIII, Pio X, Benedetto XV e Pio XI, con l'intento di ricapitolare il mondo in Cristo, a S. Valentino nacque e crebbe l'Azione Cattolica, viva e attiva, sorsero umili e appassionate figure di fedeli laici, che vivevano di fede nelle loro esistenze, nella famiglia, nella scuola, nel lavoro, nella società.

Si rivolse l'attenzione alla formazione dei ragazzi e dei giovani con iniziative adatte ai tempi. Si cercò di offrire, ai più piccoli una scuola davvero cristiana, e solidarietà, e aiuto fraterno a chi più ne aveva bisogno. Tutto attorno alla pieve (1).

Dal 24 novembre 1903 - l'anno d'inizio del pontificato di Pio X, il Papa del catechismo e dell'Eucarestia ai fanciulli - era parroco a S. Valentino don Luigi Lemmi. Lo sarà per più di trent'anni, con l'impegno grande a insegnare quel catechismo di Pio X, fatto di domande e risposte chiare e semplici, capace di istruire e fondare nelle fede gli umili e i dotti, e di santificare la vita presente in vista dell'eternità.

Racconta don Alberto Camellini, che ha esercitato il ministero a S. Valentino verso la fine della seconda guerra mondiale, riferendosi agli anni '20 e '30 del secolo scorso: "Dai casolari sparsi sulle colline, molti venivano alla Messa festiva delle undici, ogni domenica, camminando per chilometri a piedi. Partecipavano alla Messa insieme. Poi all'ombra degli alberi, consumavano il pranzo che si erano portati, senza tornare a casa. Perché questo? Volevano essere presenti ai Vespri che si cantavano al pomeriggio. Solo quando avevano ascoltato l'istruzione catechistica del parroco e ricevuta la benedizione eucaristica, e il sole volgeva al tramonto, tornavano a casa, per ricominciare, al lunedì, al levare del sole, il duro lavoro nei campi. La chiesa, per loro, ancora negli anni tra le due guerre mondiali, era "patria, casa e tomba", come scrive il Carducci".

Casolari di Castellarano

Chi, lì vivendo, passava davanti alla pieve o ne sentiva da casa lo squillo delle campane, chi per qualche ragione se n'era andato e lì ritornava, sentiva salirgli al cuore, il saluto del poeta:
"Salve chiesetta del mio canto! /A questa madre vegliarda... / rendi la voce / de la preghiera" (2)

(1) AA.VV. Torniamo a San Valentino, 40 anni dopo 1945-1985,
Reggio Emilia 1985.
(2) Giosuè Carducci, La Chiesa di Polenta, in "Tutte le poesie",
Rizzoli, Milano, 1964.

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