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La
persecuzione comunista a guerra finita
VIVI NELLA
LUCE E NELLA PACE
DI CRISTO
TU CHE DALLE TENEBRE E DALL'ODIO FOSTI SPENTO
Come sui
sepolcri dei martiri nelle catacombe. "Vivi in Cristo".
Sul luogo dell'assassinio, nel bosco delle Piane di Monchio,
fu posto un cippo con la foto e la scritta:
SIA LA PACE
E LA LUCE ETERNA
DI DIO
E L'AFFETTO DEI SUOI CARI
A
ROLANDO RIVI
DI SAN VALENTINO (RE)
SEMINARISTA DI 14 ANNI
QUIVI UCCISO
IL 13 APRILE 1945
Da quel
giorno, per molto tempo - dicono - lì non crebbe più un filo
d'erba, come se anche la natura volesse "piangere" su quelle
zolle bagnate di sangue innocente.
Di lui, dirà don Alberto Rabitti di Reggio, che ha
conosciuto bene la sua vicenda e il suo sacrificio: "Rolando
Rivi: appellabo martyr, praedicabo satis. (lo
chiamerò martire, predicherò di lui abbastanza).
Questo emerge
nelle circostanze che accompagnarono la sua barbara
esecuzione, accompagnata dalla supplica, dalla sua
preghiera, dalla sua serenità. Rolando è un martire''. (23
gennaio 2004).
La vita come
sacrifìcio
Su quell'immane
tragedia papà Roberto disse soltanto: "Perdono". Era
straziato, ma con la sua fede grandissima riprese a vivere,
infondendo coraggio ai suoi e illuminando il dolore con la
preghiera incessante, sentendosi quasi chiamato a compiere
il bene al posto di Rolando.
Il martirio del figlio seminarista lo spinse a impegnarsi a
fondo in prima persona, negli anni del dopo-guerra, affinché
l'Italia non cadesse in un'altra dittatura - quella
comunista - e a costruire una società cristiana.
Racconta don
Alberto Camellini: "La guerra era finita e a San Valentino,
come altrove, cominciavano a tenersi dei comizi. Arrivavano
i capi comunisti, gli ex-commissari del popolo, ben
ammaestrati a sostenere che il partito comunista rispettava
la Religione... Allora io alzavo il quadro di Rolando Rivi
da loro massacrato, e dicevo: Così la rispettate? E questo
chi lo ha ucciso"?
A questi
dibattiti e comizi, in vista delle elezioni del dopoguerra,
a San Valentino e nei paesi dell'Appennino reggiano con don
Camellini partecipava anche papà Roberto, spostandosi in
bicicletta da un luogo all'altro. Quando l'oratore di turno
veniva a dire: "Noi comunisti rispettiamo la Religione",
Roberto e don Camellini alzavano il quadro di Rolando e
domandavano: "E questo chi l'ha ucciso? Siete stati voi! ".
Ci voleva un
coraggio da profeti biblici, da eroi. Con lo stesso coraggio
- vera virtù della fortezza cristiana più intrepida, che è
dono dello Spirito di Cristo - papà Roberto sostenne la
battaglia del processo svoltosi a Lucca affinché il suo
"pretino" avesse giustizia.
Già allora
Rolando fece sentire di essere un piccolo angelo. Dirà in
seguito don Camellini: "La prima grazia che ho ricevuto da
Rolando è stata la sua protezione quando insieme a papà
Roberto, siamo venuti via dai partigiani comunisti a Monchio,
e ancora quando il 4 novembre 1945 sono stato aggredito in
casa da comunisti, uscendo illeso... Infine, grazie
all'aiuto di Rolando, ho potuto svolgere il mio difficile
ministero sacerdotale, senza paura e con tranquillità, in
quel clima perdurante di odio, nella parrocchia dov'ero
stato destinato, Coviolo, dal Vescovo nel gennaio 1946.
Davvero, grazie Rolando!".
Roberto Rivi,
nei mesi del dopoguerra aveva scritto di Rolando a "Famiglia
Cristiana", così che tutta l'Italia seppe proprio da lui la
storia del piccolo martire:
"Pochi giorni prima che la guerra finisse, mi veniva
barbaramente assassinato un figlio seminarista, di 14 anni,
tanto buono e studioso. Dopo averlo preso, spogliato e
torturato, l'hanno portato sulla fossa scavata per lui e
quivi, mentre il povero ragazzo, vittima innocente, conscio
della fine terribile che ormai gli era riservata, dopo aver
invano chiesto un sacerdote, s'inginocchiava facendo una
preghiera per i suoi genitori, lo finivano a colpi di
rivoltella. Da quel giorno terribile, per quanto ripeta
spesse volte al giorno la bella preghiera del Pater noster:
'rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai
nostri debitori', da quel giorno non ho pensieri di
vendetta, perché mi sento troppo cristiano, ma sento un
astio verso questi sciagurati.
Ispirandosi a Rolando, vivrà una vita di fede e di preghiera
sempre più intensa, supererà presto anche l'astio che
provava e si distinguerà per il suo forte impegno cristiano
nella società.
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Fosse comuni nelle quali i partigiani comunisti
gettavano le vittime delle loro numerose
mattanze, compiute in nome del "popolo
proletario" |
Negli anni
successivi, altri lutti e dolori provarono ancora la sua
forte tempra e la sua fede invincibile. Nel 1947, nel vuoto
incolmabile lasciato da Rolando, a papà Roberto e mamma
Albertina nacque ancora una figlia, che chiamarono Rolanda.
La quale morirà giovanissima.
Stupiva, papà Roberto, chi lo avvicinava, persino i
sacerdoti e i religiosi che lo stimavano e amavano la sua
compagnia, e la sorella suor Marta si chiedeva: "Con quanto
ha patito, come può essere ancora così forte e sereno?". La
sua risposta era la Croce di Cristo.
Così Roberto portava la sua fede davanti a chiunque, sempre
"uno con Gesù": nella famiglia, nel lavoro, nei rapporti
sociali, nel modo di intendere le cose e le scelte
quotidiane. Una vera mentalità di fede, la sua, tradotta
nelle opere in semplicità e letizia. Sempre il culto della
Verità, mai la menzogna dell'ideologia.
La "via
Crucis" diventò la sua preghiera prediletta: la ripeteva
anche sette volte al giorno, tenendo la foto di Rolando tra
le mani, ricordando al divino Sofferente i suoi familiari,
gli amici, i sacerdoti e... quelli che gli avevano fatto
tanto del male.
La vita, come lunga offerta di amore, come sacrificio con
Gesù, a immagine dei santi e del suo Rolando: l'angelo dei
suoi giorni, "il pretino dalla tonaca insanguinata".
Il ricordo non
muore
Il 13 novembre
1945 moriva a Reggio Mons. Eduardo Brettoni, dopo 35 anni di
episcopato. Nuovo pastore della diocesi giungeva a Reggio,
proveniente da Cesena, dov'era Vescovo dal 1939, Mons.
Beniamino Socche, nato a Vicenza nel 1890.
Si stava
preparando un nuovo ordinamento all'Italia. Il 2 giugno 1946
veniva proclamata la Repubblica. Si insediava a Roma
l'assemblea costituente per dare all'Italia la nuova legge
fondamentale dello stato.
Dopo tanto odio, ci si aspettava la pace e la concordia per
ricostruire la patria. Ma l'odio e la sopraffazione erano
destinati a farsi ancora sentire, specialmente in Emilia.
Soprattutto l'odio al prete, alla Croce di Cristo.
Il 18 giugno 1946 venne ucciso don Umberto Pessina, 44 anni,
parroco di S. Martino di Correggio (Reggio Emilia). Scrive
Mons. Socche nel suo diario: "Io sono subito corso: la salma
di don Pessina era ancora per terra; la baciai, mi
inginocchiai e domandai aiuto per partire con tutta la forza
che la Santa Chiesa da nelle mani di un Vescovo (...).
Parlai al funerale di don Pessina: naturalmente, la gente
era sotto l'incubo del terrore: ma io presi la Sacra
Scrittura e lessi le maledizioni di Dio per coloro che
toccano i consacrati del Signore. Il giorno dopo era la
festa del Corpus Domini; alla processione in città partecipò
una moltitudine e tenni il mio discorso, quello che fece
cessare tutti gli assassinii. 'Io - dissi - farò noto a
tutti i Vescovi del mondo il regime di terrore che il
comunismo ha creato in Italia".
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Il
cadavere di Don Pessina, massacrato, come Rolando,
dai banditi comunisti |
Con enorme
coraggio Mons. Secche reagì per dire: "adesso basta!", alla
mattanza. Inviandolo a Reggio, a lui che gli manifestava le
grandi difficoltà che vi avrebbe trovato, il Santo Padre Pio
XII disse: "Vada pure avanti, che dietro a lei ci sarà
sempre il Papà".
Per questo, di
quanto era successo a Reggio egli informò il Papà. Pio XII
seppe così anche la storia di Rotando Rivi, ucciso dai
partigiani comunisti perché portava l'abito da prete. Mons.
Socche vide i suoi occhi riempirsi di lacrime per i preti
martiri, soprattutto per il piccolo martire. Segno della
benevolenza del Papà fu per Mons. Socche quando, al
Congresso eucaristico celebrato a Reggio alla fine del 1946,
ebbe come Legato papale il Card. Clemente Micara, che elogiò
la sua opera.
Ancora nel
1955 furono uccisi dai comunisti due giovani cattolici.
Il 28 ottobre 1956, parlando via radio ai numerosissimi
fedeli emiliani raccolti a Modena per la consacrazione della
regione al Sacro Cuore di Gesù, Pio XII affermò, commosso e
impavido: "Nessuno ignora che la vostra terra fu ed è
tuttora fra le più esposte agli assalti dei nemici di Dio, i
quali hanno tentato di distruggere la fede nelle menti e la
grazia nei cuori. È stato seminato l'odio, diffusa
l'indifferenza, insinuato il sospetto verso i ministri di
Dio. In nessuna regione, forse, come la vostra, si è fatto
strage di sacerdoti e persino l'infanzia ha visto insidiata
la sua innocenza. Accanto a una fioritura stupenda di anime
e di opere, vi sono zone ove regna la devastazione e il
deserto"?
Certamente quel giorno Pio XII aveva nella sua mente e nel
suo cuore anche l'immagine dolce e luminosa di Rolando Rivi.
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