◦ UN GIOVANE SEMINARISTA UCCISO DAI PARTIGIANI IN ODIO ALLA FEDE ◦

»

Home

»

Presentazione del sito

»

Chi era Rolando Rivi

»

La storia

»

La fede di quei tempi

»

La famiglia Rivi

»

Il trasporto per Gesù

»

La guerra imminente

»

La chiamata vocazionale

»

L'odio della guerra civile

»

Il calvario di Rolando

»

Alla ricerca del corpo

»

La persecuzione comunista

»

Si infrange il muro d'omertà

»

Testimonianze

»

Dicono di lui

»

Una preghiera per Rolando Rivi

»

I Miracoli e la Causa di Beatificazione di Rolando

»

La chiesa di San Valentino

»

Sacerdoti e religiosi vittime dell'odio anticristiano

»

Blog - Un pensiero per Rolando Rivi

»

Immagini - Video - Conferenze in rete

»

Associazione Culturale Rolando Rivi

»

Contatti

»

Mailing List - Aggiornamenti

»

Appuntamenti - Agenda delle manifestazioni

»

Pubblicazioni - Testi - Musiche sacre - A cura dell'Associazione

»

Links

La persecuzione comunista a guerra finita

VIVI NELLA LUCE E NELLA PACE
DI CRISTO
TU CHE DALLE TENEBRE E DALL'ODIO FOSTI SPENTO

Come sui sepolcri dei martiri nelle catacombe. "Vivi in Cristo".
Sul luogo dell'assassinio, nel bosco delle Piane di Monchio, fu posto un cippo con la foto e la scritta:

SIA LA PACE
E LA LUCE ETERNA
DI DIO
E L'AFFETTO DEI SUOI CARI
A
ROLANDO RIVI
DI SAN VALENTINO (RE)
SEMINARISTA DI 14 ANNI
QUIVI UCCISO
IL 13 APRILE 1945

Da quel giorno, per molto tempo - dicono - lì non crebbe più un filo d'erba, come se anche la natura volesse "piangere" su quelle zolle bagnate di sangue innocente.
Di lui, dirà don Alberto Rabitti di Reggio, che ha conosciuto bene la sua vicenda e il suo sacrificio: "Rolando Rivi: appellabo martyr, praedicabo satis. (lo chiamerò martire, predicherò di lui abbastanza).

Questo emerge nelle circostanze che accompagnarono la sua barbara esecuzione, accompagnata dalla supplica, dalla sua preghiera, dalla sua serenità. Rolando è un martire''. (23 gennaio 2004).

La vita come sacrifìcio

Su quell'immane tragedia papà Roberto disse soltanto: "Perdono". Era straziato, ma con la sua fede grandissima riprese a vivere, infondendo coraggio ai suoi e illuminando il dolore con la preghiera incessante, sentendosi quasi chiamato a compiere il bene al posto di Rolando.
Il martirio del figlio seminarista lo spinse a impegnarsi a fondo in prima persona, negli anni del dopo-guerra, affinché l'Italia non cadesse in un'altra dittatura - quella comunista - e a costruire una società cristiana.

Racconta don Alberto Camellini: "La guerra era finita e a San Valentino, come altrove, cominciavano a tenersi dei comizi. Arrivavano i capi comunisti, gli ex-commissari del popolo, ben ammaestrati a sostenere che il partito comunista rispettava la Religione... Allora io alzavo il quadro di Rolando Rivi da loro massacrato, e dicevo: Così la rispettate? E questo chi lo ha ucciso"?

A questi dibattiti e comizi, in vista delle elezioni del dopoguerra, a San Valentino e nei paesi dell'Appennino reggiano con don Camellini partecipava anche papà Roberto, spostandosi in bicicletta da un luogo all'altro. Quando l'oratore di turno veniva a dire: "Noi comunisti rispettiamo la Religione", Roberto e don Camellini alzavano il quadro di Rolando e domandavano: "E questo chi l'ha ucciso? Siete stati voi! ".

Ci voleva un coraggio da profeti biblici, da eroi. Con lo stesso coraggio - vera virtù della fortezza cristiana più intrepida, che è dono dello Spirito di Cristo - papà Roberto sostenne la battaglia del processo svoltosi a Lucca affinché il suo "pretino" avesse giustizia.

Già allora Rolando fece sentire di essere un piccolo angelo. Dirà in seguito don Camellini: "La prima grazia che ho ricevuto da Rolando è stata la sua protezione quando insieme a papà Roberto, siamo venuti via dai partigiani comunisti a Monchio, e ancora quando il 4 novembre 1945 sono stato aggredito in casa da comunisti, uscendo illeso... Infine, grazie all'aiuto di Rolando, ho potuto svolgere il mio difficile ministero sacerdotale, senza paura e con tranquillità, in quel clima perdurante di odio, nella parrocchia dov'ero stato destinato, Coviolo, dal Vescovo nel gennaio 1946. Davvero, grazie Rolando!".

Roberto Rivi, nei mesi del dopoguerra aveva scritto di Rolando a "Famiglia Cristiana", così che tutta l'Italia seppe proprio da lui la storia del piccolo martire:
"Pochi giorni prima che la guerra finisse, mi veniva barbaramente assassinato un figlio seminarista, di 14 anni, tanto buono e studioso. Dopo averlo preso, spogliato e torturato, l'hanno portato sulla fossa scavata per lui e quivi, mentre il povero ragazzo, vittima innocente, conscio della fine terribile che ormai gli era riservata, dopo aver invano chiesto un sacerdote, s'inginocchiava facendo una preghiera per i suoi genitori, lo finivano a colpi di rivoltella. Da quel giorno terribile, per quanto ripeta spesse volte al giorno la bella preghiera del Pater noster: 'rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori', da quel giorno non ho pensieri di vendetta, perché mi sento troppo cristiano, ma sento un astio verso questi sciagurati.
Ispirandosi a Rolando, vivrà una vita di fede e di preghiera sempre più intensa, supererà presto anche l'astio che provava e si distinguerà per il suo forte impegno cristiano nella società.

Fosse comuni nelle quali i partigiani comunisti gettavano le vittime delle loro numerose mattanze, compiute in nome del "popolo proletario"

Negli anni successivi, altri lutti e dolori provarono ancora la sua forte tempra e la sua fede invincibile. Nel 1947, nel vuoto incolmabile lasciato da Rolando, a papà Roberto e mamma Albertina nacque ancora una figlia, che chiamarono Rolanda. La quale morirà giovanissima.
Stupiva, papà Roberto, chi lo avvicinava, persino i sacerdoti e i religiosi che lo stimavano e amavano la sua compagnia, e la sorella suor Marta si chiedeva: "Con quanto ha patito, come può essere ancora così forte e sereno?". La sua risposta era la Croce di Cristo.
Così Roberto portava la sua fede davanti a chiunque, sempre "uno con Gesù": nella famiglia, nel lavoro, nei rapporti sociali, nel modo di intendere le cose e le scelte quotidiane. Una vera mentalità di fede, la sua, tradotta nelle opere in semplicità e letizia. Sempre il culto della Verità, mai la menzogna dell'ideologia.

La "via Crucis" diventò la sua preghiera prediletta: la ripeteva anche sette volte al giorno, tenendo la foto di Rolando tra le mani, ricordando al divino Sofferente i suoi familiari, gli amici, i sacerdoti e... quelli che gli avevano fatto tanto del male.
La vita, come lunga offerta di amore, come sacrificio con Gesù, a immagine dei santi e del suo Rolando: l'angelo dei suoi giorni, "il pretino dalla tonaca insanguinata".

Il ricordo non muore

Il 13 novembre 1945 moriva a Reggio Mons. Eduardo Brettoni, dopo 35 anni di episcopato. Nuovo pastore della diocesi giungeva a Reggio, proveniente da Cesena, dov'era Vescovo dal 1939, Mons. Beniamino Socche, nato a Vicenza nel 1890.

Si stava preparando un nuovo ordinamento all'Italia. Il 2 giugno 1946 veniva proclamata la Repubblica. Si insediava a Roma l'assemblea costituente per dare all'Italia la nuova legge fondamentale dello stato.
Dopo tanto odio, ci si aspettava la pace e la concordia per ricostruire la patria. Ma l'odio e la sopraffazione erano destinati a farsi ancora sentire, specialmente in Emilia. Soprattutto l'odio al prete, alla Croce di Cristo.
Il 18 giugno 1946 venne ucciso don Umberto Pessina, 44 anni, parroco di S. Martino di Correggio (Reggio Emilia). Scrive Mons. Socche nel suo diario: "Io sono subito corso: la salma di don Pessina era ancora per terra; la baciai, mi inginocchiai e domandai aiuto per partire con tutta la forza che la Santa Chiesa da nelle mani di un Vescovo (...). Parlai al funerale di don Pessina: naturalmente, la gente era sotto l'incubo del terrore: ma io presi la Sacra Scrittura e lessi le maledizioni di Dio per coloro che toccano i consacrati del Signore. Il giorno dopo era la festa del Corpus Domini; alla processione in città partecipò una moltitudine e tenni il mio discorso, quello che fece cessare tutti gli assassinii. 'Io - dissi - farò noto a tutti i Vescovi del mondo il regime di terrore che il comunismo ha creato in Italia".

Il cadavere di Don Pessina, massacrato, come Rolando, dai banditi comunisti

Con enorme coraggio Mons. Secche reagì per dire: "adesso basta!", alla mattanza. Inviandolo a Reggio, a lui che gli manifestava le grandi difficoltà che vi avrebbe trovato, il Santo Padre Pio XII disse: "Vada pure avanti, che dietro a lei ci sarà sempre il Papà".

Per questo, di quanto era successo a Reggio egli informò il Papà. Pio XII seppe così anche la storia di Rotando Rivi, ucciso dai partigiani comunisti perché portava l'abito da prete. Mons. Socche vide i suoi occhi riempirsi di lacrime per i preti martiri, soprattutto per il piccolo martire. Segno della benevolenza del Papà fu per Mons. Socche quando, al Congresso eucaristico celebrato a Reggio alla fine del 1946, ebbe come Legato papale il Card. Clemente Micara, che elogiò la sua opera.

Ancora nel 1955 furono uccisi dai comunisti due giovani cattolici.
Il 28 ottobre 1956, parlando via radio ai numerosissimi fedeli emiliani raccolti a Modena per la consacrazione della regione al Sacro Cuore di Gesù, Pio XII affermò, commosso e impavido: "Nessuno ignora che la vostra terra fu ed è tuttora fra le più esposte agli assalti dei nemici di Dio, i quali hanno tentato di distruggere la fede nelle menti e la grazia nei cuori. È stato seminato l'odio, diffusa l'indifferenza, insinuato il sospetto verso i ministri di Dio. In nessuna regione, forse, come la vostra, si è fatto strage di sacerdoti e persino l'infanzia ha visto insidiata la sua innocenza. Accanto a una fioritura stupenda di anime e di opere, vi sono zone ove regna la devastazione e il deserto"?
Certamente quel giorno Pio XII aveva nella sua mente e nel suo cuore anche l'immagine dolce e luminosa di Rolando Rivi.

© 2006 ‘RolandoRivi.com’ | info@rolandorivi.com