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Il clima di odio della
guerra civile
La vita a San
Valentino trascorse abbastanza tranquilla fino all'estate
del 1944. Poi iniziarono scorribande di tedeschi, di
fascisti e di partigiani. Si ebbero ruberie, razzie, fatti
spiacevoli e violenze anche contro i sacerdoti.
"Il sacerdote, servo del Vangelo, era diventato veramente il
segno di contraddizione, prima, durante e dopo la guerra.
Chiunque negava l'amore, se la prendeva con questo testimone
di Cristo ".
Diventava
pertanto sempre più forte l'odio contro i preti, che
operavano per la pacificazione degli animi e denunciavano le
violenze, da qualunque parte venissero compiute. I preti
uccisi, e quelli che si volevano eliminare, erano i veri
amici del popolo, nei momenti più oscuri: davanti al bisogno
di pane, di protezione, di lavoro e di aiuto, essi sapevano
offrire tutto, anche privandosi di persona. Ma il sistema di
"percuotere il pastore per disperdere il gregge" (Zc. 13,7)
è proprio dei nemici di Dio in qualsiasi paese e di
qualsiasi colore, come la storia dimostra".
Rolando sperimentò questo clima, quando gli capitò di essere
deriso dai partigiani comunisti che scorrazzavano per le
colline. Forse era meno bersagliato di altri seminaristi,
perché abitava in un luogo più isolato; tuttavia capì molto
bene la situazione...
Ricorda oggi
un suo amico, allora seminarista come lui: "I partigiani
comunisti, quando ci incontravano per strada, lanciavano nei
nostri confronti frasi oscene con minacce per il futuro non
certo rassicuranti".
Rolando sentiva tutto, soffriva senza lasciarsi intimidire
da nessuno, fiero di appartenere a Gesù e di essere un
prescelto da Lui per una grande missione.
Ma questo non gli chiuse mai il cuore verso alcuno. Continuò
ad essere il ragazzo buono e socievole con tutti. Nella sua
semplicità, credeva alla bontà degli altri, parendogli
impossibile che qualcuno potesse far davvero del male.
A San
Valentino fu preso di mira il parroco don Marzocchini. Una
mattina d'estate 1944 si venne a sapere che durante la notte
precedente alcuni l'avevano aggredito e umiliato. Gli
avevano portato via tutto, comprese le scarpe che aveva ai
piedi. Durante la S. Messa, celebrata dopo la brutale
aggressione, don Olinto si sentì male: Rolando e l'altro
chierichetto che servivano all'altare capirono che qualcosa
di grave gli era successo. Quando Rolando lo seppe
chiaramente, pianse come per un'offesa fatta al proprio
padre. Così era stato trattato quel padre che aveva avuto
come unica preoccupazione quella di provvedere ai poveri, di
condividere con il suo popolo ogni genere di dolore, che
"durante la guerra partecipava alle sofferenze delle
famiglie con tanti giovani della comunità sui vari fronti,
con in più il rimpianto accorato per i parrocchiani caduti".
Qualche giorno
dopo, don Marzocchini riparò in un luogo più sicuro. Questo
fatto impressionò tutti i buoni e Rolando soffrì per il suo
parroco maltrattato, ma non disse parole di odio verso quei
partigiani. Le simpatie di Rolando andavano agli uomini
delle "Fiamme Verdi" della brigata "Italia", partigiani di
ispirazione cattolica, organizzati nell'autunno del 1944 da
don Domenico Orlandini (detto "Carlo"), che si proponeva di
agire nel rispetto della dignità umana e con equità verso
tutti(5). Ma non si chiuse verso alcuno, e nessuno era
escluso dal suo cuore. Parlava con tutti, offrendo la sua
parola gentile, il suo sorriso. Per lui non c'erano nemici,
ma solo fratelli da amare.
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Nonostante l'odio mortale dei partigiani
comunisti per la Chiesa e per i sacerdoti,
Rolando non smise mai di portare la veste talare |
"Io sono di
Gesù"
Dopo la
partenza del parroco, il 4 settembre 1944 giunse a San
Valentino un prete, classe 1919, ordinato sacerdote in
quell'anno, giovane di 25 anni ma assai preparato e molto
attivo, orgoglioso di poter fare qualcosa, di iniziare la
sua missione sacerdotale in quell'ambiente tanto difficile,
al posto di un illustre pastore minacciato di morte. Si
chiamava don Alberto Camellini, e verso di lui Rolando
dimostrò subito una grande simpatia, tanto più grande quando
"il curato" si prestò a fargli alcune ore di scuola, in
canonica, con gli altri seminaristi.
Ricorda don Camellini: "Si viveva in un'atmosfera di paura e
di tensione, che rendeva spesso difficili i rapporti tra la
gente. Per conoscere luoghi e parrocchiani, mi facevo
accompagnare nelle visite alle famiglie da alcuni
seminaristi, tra cui Rolando Rivi.
Il seminarista
ne approfittò per spiegargli bene chi era, i suoi progetti
per l'avvenire ("sarò prete e missionario"), per rivelargli
il suo cuore, il suo amore a Gesù e alla Chiesa, ma anche il
suo stile vivace, a volte estroso, le sue doti musicali, e
anche la sua conoscenza della parrocchia, delle famiglie.
Don Alberto prese a conoscerlo e ad apprezzarlo.
Qualche tempo
dopo, il giovane curato incontrò un partigiano armato fino
ai denti che gli disse apertamente: "I fascisti e i tedeschi
ormai sono alla fine... La nostra lotta deve essere fatta
ora contro i padroni, contro i ricchi, e certi preti...
Questi sono adesso i nostri nemici".
Si percepiva qualcosa dunque della lotta di classe, della
rivoluzione proletaria, quali Marx, Lenin e Stalin avevano
insegnato. L'odio che dilagava, accecando le menti e
seminando morte. La rivoluzione che uccide. "Il comunismo
intrinsecamente perverso, perché ateo e omicida,
persecutore della Fede", come aveva scritto Papa Pio XI
nell'enciclica "Divini Redemptoris" (19 marzo 1937) con
lucidità profetica.
Tutti vedevano
passare per la strada il giovane seminarista, tutti
conoscevano il suo stile di vita, indicato come "il
pretino". I genitori gli dicevano: "Togliti la veste nera.
Non portarla per ora...". Ma Rolando rispondeva: "Ma perché?
Che male faccio a portarla? Non ho motivo di togliermela".
Gli fecero notare che forse era conveniente farlo in quei
momenti, così insicuri. Replicò Rolando: "Io studio da prete
e la veste è il segno che io sono di Gesù".
Di Gesù; di
Gesù solo, Rolando voleva essere tutti i giorni, tutti gli
istanti della sua esistenza. "Gesù della mia vita". "Gesù
del mio cuore". Per Lui era pronto a qualsiasi cosa: non
solo a perdere la faccia, ma anche al sacrificio.
Certo, quella veste, richiamo al Dio eterno e a Cristo che
salva e giudica, irritava quelli che non ne volevano sapere.
Irrita anche oggi: costringe a pensare a Qualcuno più facile
da bestemmiare che da dimenticare.
Nonostante il rischio, Rolando non volle togliersi mai
quell'abito, che per lui significava già un impegno per
tutta la vita. Affezionatissimo alla talare, riteneva onore
e gloria indossarla sempre, senza lasciarla mai, come una
dichiarazione di amore e di appartenenza, come se
proclamasse: "Gesù mi chiama ad essere sacerdote. Io sono di
Gesù e della sua Chiesa. Io amo Gesù e ho la passione di
servirlo nel sacerdozio, lo per Lui sono nel mondo, ma non
del mondo".
Rolando,
ragazzo mite e puro, inerme e armato solo di amore, gridava
più con la vita che a parole: "Chi è come Dio"?
I primi due giorni di novembre, festa dei Santi e commemorazione dei
defunti, c'era grande mestizia in casa Rivi, per il ricordo
struggente dei figli perduti: Rino, Adolfo, Lina. Alla
Messa, Rolando ascoltò la parola di Gesù nel Vangelo: "Beati
i poveri... i piangenti... i puri di cuore... i portatori di
pace... Beati voi quando vi perseguiteranno per causa mia...
Grande è la vostra ricompensa nei cieli" (Mt 5,1-12). Egli
sentiva che Gesù, il Povero, il Piangente, il Puro di cuore,
il Pacificatore, il divino Sofferente associava in sé in
quei giorni tutti i sofferenti. Anche lui era chiamato a
seguirlo sulla stessa via, verso la sublime meta indicata:
"Grande sarà la tua ricompensa nei cieli".
Con i suoi
cari visitò in preghiera il cimitero. Poi, nel silenzio
della sera, rientrò in casa. Gli sembrava più vuota, più
fredda... e allora con i familiari pregò la Madonna con il
Rosario per i suoi defunti, per le vittime della guerra, per
la pace.
Ora che le giornate erano più brevi e l'aria pungente,
Rolando dedicava maggior tempo alla lettura e allo studio e
faceva compagnia alla mamma, al papa, alla nonna; sempre con
la segreta speranza di poter presto tornare in seminario,
lontano dal suo "nido", non aveva mai dimenticato gli
insegnamenti del rettore, anzi li viveva con fedeltà, per
Gesù e per i fratelli".
Con gli amici
parlava delle cose del momento, ma al di sopra di tutto
amava indugiare sui suoi impegni: «Dobbiamo studiare anche a
casa, per non perdere tempo"; "preghiamo ogni giorno, così
non dimenticheremo quanto ci hanno insegnato i nostri
superiori"; "Speriamo di tornare presto in seminario".
Era attirato dalla vita missionaria: "Quando sarò prete -
diceva - partirò, andrò in terre lontane a far conoscere
Gesù. Voglio che Lui sia conosciuto e amato". il progetto
che più lo affascinava era quello di diventare prete per
andare missionario.
In quei mesi
di forzata vacanza a casa, anche a S. Valentino giunsero le
notizie terribili che, oltre a don Pasquino Borghi, ucciso
dai fascisti (Reggio, 30 gennaio 1944), e a don Battista
Pigozzi, fucilato dai nazisti (Cervarolo, 20 marzo 1944),
altri quattro preti erano stati uccisi da partigiani
comunisti.
Erano don Giuseppe Donadelli, parroco a Vallisnera, il 2
luglio 1944; don Luigi Ilariucci, parroco a Garfagnolo, il
19 agosto 1944; don Aldemiro Corsi, parroco a Grazzano, il
22 settembre 1944, e don Luigi Manfredi, parroco a Budrio di
Correggio, il 14 dicembre 1944.
Quando
Rolando, dopo l'aggressione al suo parroco don Marzocchini,
seppe anche questi fatti terribili, nella bontà e semplicità
del suo cuore faceva fatica a capire la ragione di tanto
odio contro chi aveva fatto solo del bene, e si domandava:
"Ma perché? Perché proprio a loro?".
In famiglia con i suoi cari, e in chiesa, pregava per le
vittime e per i loro carnefici, affinché avesse a finire al
più presto quel tempo di tenebre e di odio.
Intuiva che
cosa significava prepararsi al sacerdozio in un clima d'odio, a essere
prete domani in un ambiente simile.
Ma non si scoraggiò, né si chiuse in casa: mai impaurito,
sempre sereno e presente nel paese, con il suo abito è
visibile il suo inconfondibile stile, con la sua identità
sempre chiara, il gusto di una missione da compiere, diremmo
noi oggi.
In quel clima tremendo, nonostante tutto continuava a
portare la veste talare.
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